Il caso Weinstein e Asia Argento, quando la violenza sulle donne è colpa delle donne

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    Il caso Weinstein e Asia Argento, quando la violenza sulle donne è colpa delle donne

    Il problema della discriminazione contro le donne sono le donne e la piaga della violenza sulle donne è colpa delle donne. Due affermazioni forti, fortissime, pesanti come macigni che potrebbero portare a chiedersi: questa è matta? No, non si tratta di pazzia, ma di semplice realismo. Negli ultimi giorni, il caso Weinstein è stato l’argomento mediatico che ha attraversato oceani e trovato spazio in telegiornali, salotti televisivi, servizi giornalistici, social network e chi più ne ha più ne metta. In Italia lo scandalo è diventato degno di nota quando Asia Argento ha raccontato l’abuso subito due decenni addietro dal produttore americano, ma, anziché incontrare solidarietà – o quantomeno silenzio – l’attrice e regista è stata attaccata, sbeffeggiata, persino derisa.

    Facciamo un passo indietro. Harvey Weinstein, potentissimo produttore americano proprietario della casa di distribuzione Miramax, finisce al centro di uno scandalo di proporzioni mondiali a causa di presunti abusi sessuali su attrici che adesso, una dopo l’altra, hanno iniziato a parlare. Da qui l’effetto domino che ha scoperchiato il vaso di Pandora. Le attrici non sono acerbe ventenni a caccia di visibilità, ma rispondono ai nomi di Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Ashley Judd, Rosanna Arquette, Rose McGowan.

    Il produttore ammette, si scusa e, nel giro di due giorni, perde il lavoro, la moglie, amici e collaboratori.

    E mentre negli USA si è subito sollevato un coro di solidarietà formato da Julianne Moore, Judi Dench, Meryl Streep, Michelle Obama, accade che in Italia ci si affretti ad andare contro Asia Argento. C’è di più. Non ci si limita a prendere atto dei fatti, ma si giudica, si insinua, si mette in dubbio la sua parola. La si accusa di mania di protagonismo, di voglia di visibilità, di bisogno di mettersi al centro dell’attenzione.

    Asia Argento passa, così, da vittima a carnefice. Non è più una donna che trova il coraggio di raccontare un bruttissimo episodio della propria vita che – evidentemente – ha lasciato cicatrici profonde, ma un’attrice che decide di mettere in piazza il proprio trascorso per trarre chissà quale beneficio.

    ‘Facile parlare dopo 20 anni’, ‘le molestie sono una cosa, la violenza è altro’, ‘Potevi anche dire no’, ‘Prima c’è stata per fare carriera, ora parla, ma per favore’. Sono solo alcuni dei messaggi indirizzati alla Argento.

    Negli Stati Uniti, in una intervista alla CNN, l’attrice Premio Oscar Emma Thompson prende le difese delle colleghe che hanno trovato il coraggio di denunciare, specificando che ‘non trarrebbero alcun vantaggio da una storia simile’; allo stesso tempo, in Italia la tanto sbandierata solidarietà femminile va in frantumi. Sparisce. Volatilizzata.

    Donne che fino a ieri si sono battute per arginare la violenza sulle donne, che hanno prestato il proprio volto a campagne di sensibilizzazione, che hanno portato avanti battaglia contro il cyberbullismo e la violenza in Rete, oggi si tirano indietro, anzi, accusano Asia di mania di protagonismo.

    Oggi, Anno Domini 2017, accade che Asia Argento venga attaccata pubblicamente da colleghi altrettanto pubblici e popolari, i quali la accusano – più o meno velatamente – di aver voluto cavalcare l’onda e che, tutto sommato, se vent’anni fa ha deciso di concedersi ad Harvey Weinstein, non è stato perché intimorita, ma perché furbetta.

    Cos’è successo? Cosa ha fatto cambiare idea a questi colleghi che oggi si schierano in difesa di Weinstein e vanno dichiarando che la colpa è di Asia Argento e delle altre attrici, che ‘tutto sommato hanno fatto carriera’? Verrebbe da credere che la violenza sulle donne vada combattuta solo il 25 novembre, possibilmente a favore di camera o copertina. Ma non vogliamo essere malpensanti.

    Sintetizzando il pensiero comune che è trapelato da Twitter a Facebook, passando per interviste radiofoniche e televisive, Asia Argento se l’è cercata. Harvey Weinstein le ha chiesto favori sessuali in cambio di una parte? Poteva dire no e andarsene. Magari denunciarlo. Invece c’è stata. E adesso racconta tutto alla stampa? Non si fa.

    Eh no, cara Asia, no che non si fa. E sai perché? Perché fin quando ci saranno donne che attaccheranno altre donne, tutte le battaglie dell’universo saranno inutili.

    La violenza sulle donne è colpa delle donne. Non perché siano le donne ad aggredire fisicamente altre donne, ma perché sono le donne a giudicare e colpevolizzare le altre donne che, invece della gogna, necessiterebbero solo di un abbraccio. E di un po’ di silenzio.

    Mi occupo di violenza sulle donne da diversi anni e, purtroppo, le frasi maliziose e le insinuazioni (‘eh, però, anche le donne a volte se la cercano, diciamolo’, ‘sì, un labbro rotto, capisco, ma non l’ha mica ammazzata’, ‘l’hanno aggredita, ma cosa ha fatto per provocare?’, e così via) provengono sempre dalle donne. Gli uomini, quando sentono parlare di violenza, quando ascoltano una testimonianza, quando parlano con una vittima, chiedono scusa. Anche se non è stata colpa loro.